venerdì 29 settembre 2017

Recensione: Gli anni al contrario

Autore: Nadia Terranova
Pagine: 144
Prezzo di copertina: 11 euro
Editore: Einaudi
Messina, 1977. Aurora, figlia del fascistissimo Silini, ha sin da piccola l'abitudine di rifugiarsi in bagno a studiare, per prendere tutti nove immaginando di emanciparsi dalla sua famiglia, che le sta stretta. Giovanni è sempre stato lo scavezzacollo dei Santatorre, ce l'ha con il padre e il suo "comunismo che odora di sconfitta", e vuole fare la rivoluzione. I due si incontrano all'università, e pochi mesi dopo aspettano già una bambina. La vita insieme però si rivela diversa da come l'avevano fantasticata. Perché la frustrazione e la paura del fallimento possono offendere anche il legame più appassionato. Perché persino l'amore più forte può essere tradito dalla Storia.

Poche pagine piene di imprevedibilità, con una trama che è soltanto la vita di due persone che si intrecciano a causa di un destino che sembra promettere loro un sogno di felicità. Ma questo si sgretola pian piano, è un muro appena intonacato che comincia a creparsi e a cadere a pezzi. Così a terra si infrangono gli sguardi pieni di amore di due giovani innamorati, la forza di chi cade e continua a lottare senza accorgersene e la voglia di darsi da fare per un futuro migliore. 
Forse a volte le cose non funzionano perché ci sono opposti che si attraggono ed altri che si respingono senza una fine. Di che gruppo facciano parte Aurora e Giovanni è difficile dirlo. Lei, dedita allo studio e responsabile. Lui, sognatore e ribelle. Un incontro di due cuori che amano la letteratura e la filosofia; due facce della stessa medaglia che però non sembrano mai potersi affiancare l’una all'altra. 
Una donna che si sacrifica, non insegue il suo sogno per occuparsi di una bambina arrivata presto. Un uomo che va a cercarsi le peripezie più improbabili per non soccombere in un’esistenza senza ideali; però Giovanni agisce sempre nel momento sbagliato, pronto a far parte di rivolte e atti di terrorismo, ecco che si ritrova invece imprigionato in una Messina pacata, che non gli lascia alcuno sprazzo di speranza. La disperazione totale lo porta a pensare che l’unico rimedio sembra essere una vita allo sbando.
L’unico valore c rimane intatto per questo giovane uomo è il rapporto con la figlioletta Mara, che continua a coltivare nonostante tutto. L’aspetto straordinario è che lei non porta nessun rancore, c’è soltanto tanta aspettativa nel suo cuoricino così sprizzante di vita: purtroppo viene troncato con un colpo secco nelle ultime pagine con un finale struggente che chiude il tutto con amarezza.
Se tra amore e politica dovrebbe vincere, a mio parere, il primo qui questo non accade e ciò conferisce a tutto la storia una sorta di dolce amaro retrogusto di sconfitta, un sapore che si riflette nelle frasi incisive che l’autrice nasconde tra le pagine del suo romanzo:
I grandi in fondo non sono che bambini sopravvissuti

Un ricordo può essere doloroso, ma meno del silenzio

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